S’io fosse foco

S’i’ fosse foco

S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;

s’i’ fosse Dio, manderei ‘l en profondo;
s’i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti ‘ cristiani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

(Cecco Angiolieri, Rime, 1292 – 1304)

analisi del testo

corrispondenze tra Angiolieri e De Andrè


Ci sono dei poeti che restano nella storia della poesia con un solo componimento: è il caso di Cecco Angiolieri, il cui verso iniziale di questa poesia , “S’io fosse foco, ardere’ il mondo”, è conosciuto da chiunque abbia una seppur minima educazione letteraria.
Senza dubbio la prima parte della poesia in questione è la più conosciuta: due strofe piene di iperboli che in otto righe riassumono tutta la cosmologia del suo tempo, il Medioevo . Con questa poesia, chi pensa che ci siano state epoche di oscuramento totale della ragione e dell’ironia, ha il suo benservito. Cecco ci porta su una giostra, dentro un gioco quasi infantile, ma anche sempre di moda: il gioco del “Se fossi”. E come un bravo giocatore spara subito in alto: se fossi fuoco brucerei il mondo. Comincia con un elemento purificatore per eccellenza e lo usa per una distruzione, alla stessa stregua parla del vento e dell’acqua. Forse Cecco, spirito libero e dissacratore, ci sta dicendo che non c’è nulla da fare: si nasce con certe caratteristiche, e qualsiasi forma noi possiamo assumere, siamo sempre noi. E allora, se persino fosse Dio, non farebbe altro che sprofondare il mondo, mandarlo a picco. Dopo essere salito così in alto, che più alto non si può, col gioco del “Se fossi”, Cecco torna a terra. Dalla natura è balzato alla metafisica, ora tocca all’umanità. Se la prende con le due massime entità del Medio Evo, il Papato e l’Impero. Anche qui non si placa la brama distruttrice: tagli di teste e impiccagioni, sempre in tono canzonatorio.
Se il primo verso della seconda strofa, riferito al Papa, richiamava l’ultimo della prima, quello dell’entità divina, il primo della terza, la morte, riprende l’ultimo della seconda, le decapitazioni capitali. Ed ecco allora il “S’i fosse morte” che porta Cecco a vestire i panni di una specie di terribile clown parricida, che con una agile rimbalzo raggiunge suo padre, e subito dopo il “S’i fosse vita”, con una fuga da entrambi i genitori in maniera altrettanto repentina. A questo punto, come Hitchcock nei suoi film, entra in scena il regista del gioco, Cecco. Seguendo la logica dovrebbe per lo meno spararsi un colpo in testa o attaccarsi ad una macina e gettarsi in un lago. Ma c’è invece la boutade finale: Cecco il distruttore non è altro che uno scavezzacollo che ama rincorrere le belle donne e tutto quello che ha detto prima, si rivela per quello che è sempre stato, un bel gioco. Queste sono le parole rivelatrici dello scherzo, le ultime parole, forse metaforicamente giovani e leggiadre, che sono le uniche che contano in confronto a quelle precedenti, già vecchie e laide.

La poesia di Cecco Angiolieri ha ispirato anche Fabrizio De André, forse il più importante fra i cantautori italiani, che nel 1968 ha messo in musica il sonetto “S’i fosse foco”. (Se volete sapere qualcosa di più su De André, qui trovate molto materiale).

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