Donna de Paradiso

Jacopone da Todi, Laudi (XIII secolo)

Nella sua totale adesione allo spirito francescano di attualizzazione e partecipazione del messaggio cristiano, la prima lauda drammatica della letteratura italiana presenta la fase più critica della vita di Cristo: la crocifissione e la morte. Le stazioni della via crucis si susseguono attraverso il  racconto incalzante di un narratore, le urla della folla, le parole di Cristo stesso. Su tutto domina il lamento della Vergine, donna e madre, ma depositaria di un mistero divino: l’insistenza martellante, ossessiva sul termine “figlio” sottolinea il motivo dell’incarnazione nella sua dimensione drammatica di sofferenza e di estremo sacrificio.

[Maria]
«O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?         
 

Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ sì lattato?».

[…]

«Et eo comenzo el corrotto;
figlio, lo meo deporto,
figlio, chi me tt’à morto,
figlio meo dilicato?

[…]

«Figlio, ch’eo m’aio anvito,
figlio, pat’e mmarito!
Figlio, chi tt’à firito?
Figlio, chi tt’à spogliato?».

[…]

«Figlio, questo non dire!
Voglio teco morire,
non me voglio partire
fin che mo ’n m’esc’ el fiato.

C’una aiàn sepultura,
figlio de mamma scura,
trovarse en afrantura
mat’e figlio affocato!».

[…]

«Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?
Figlio, pur m’ài lassato!

 

Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, perché t’à el mondo,
figlio, cusì sprezzato? 

Figlio dolc’e placente,
figlio de la dolente,
figlio àte la gente
mala mente trattato.

La nostra analisi del testo Donna de Paradiso


Figlio

Roberto Vecchioni, Il lanciatore di coltelli, 2002

 

 

  

La suggestione del testo medievale è evidentissima, soprattutto nel ritmo, scandito dalla parola “figlio” e da quelle che con essa intrecciano una serie di rime e di assonanze, esaltate dalla resa musicale. Ma il contenuto è spogliato da ogni implicazione sacra; alla madre si è sostituito il padre, principale referente della funzione educativa; al dolore per la morte la preoccupazione per il futuro di un figlio nato e destinato a crescere in un mondo privo di ideali e di valori, un figlio che deve trovare dentro di sé la forza di staccarsi dai modelli e di vivere la sua vita.
 
 

Figlio chi t’insegnerà le stelle

se da questa nave non potrai vederle?

Chi t’indicherà le luci dalla riva?

Figlio, quante volte non si arriva!

Chi t’insegnerà a guardare il cielo

fino a rimanere senza respiro?

A guardare un quadro per ore e ore

fino a avere i brividi dentro il cuore?

Che al di là del torto e la ragione

contano soltanto le persone?

Che non basta premere un bottone

per un’ emozione?

Figlio, figlio, figlio,

disperato giglio, giglio, giglio,

luce di purissimo smeriglio,

corro nel tuo cuore e non ti piglio,

dimmi dove ti assomiglio

figlio, figlio, figlio,

soffocato giglio, giglio, giglio,

figlio della rabbia e dell’imbroglio,

figlio della noia e lo sbadiglio,

disperato figlio, figlio, figlio. (Rit.)

Figlio, chi si è preso il tuo domani?

Quelli che hanno il mondo nelle mani.

Figlio, chi ha cambiato li tuo sorriso?

Quelli che oggi vanno in paradiso.

Chi ti ha messo questo freddo in cuore?

Una madre col suo poco amore.

Chi l’ha mantenuto questo freddo in cuore?

Una madre col suo troppo amore.

Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?

Non so di che parli, non lo sento.

Cosa sta passando per la tua mente?

Che non credo a niente.

(Rit.)

Figlio, qui la notte è molto scura,

non sei mica il primo ad aver paura;

non sei mica il solo a nuotare sotto

tutti e due ci abbiamo il culo rotto:

non ci sono regole molto chiare,

tiro quasi sempre ad indovinare;

figlio, questo nodo ci lega al mondo:

devo dirti no e tu andarmi contro,

tu che hai l’infinito nella mano,

io che rendo nobile il primo piano;

figlio, so che devi colpirmi a morte

e colpire forte.

(Rit.)

Dimmi, dimmi, dimmi

cosa ne sarà di te?

Dimmi, dimmi, dimmi

cosa ne sarà di te?

Dimmi cosa, dimmi cosa

ne sarà di me?

Prendendo spunto da Jacopone da Todi, il testo invita alla  riflessione sul ruolo paterno e su come i figli debbano, anche attraverso la contestazione, diventare adulti e autonomi .

Tre Madri

Madre di Tito:
“Tito, non sei figlio di Dio,
ma c’è chi muore nel dirti addio”.

Madre di Dimaco:
“Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre”.

Le due madri:
“Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l’immagine d’un’agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte”.

Madre di Gesù:
“Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama – Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio”.

In questo brano, tratto da La Buona Novella, troviamo Maria ai piedi della croce che parla a suo figlio, Gesù, condannato a morte. Uno scenario ben noto e presente nell’immaginario collettivo. La bellezza e la peculiarità di questa canzone, però, va ricercata nella risposta di altre due donne: le madri di Dimaco e Tito, i due ladri condannati con Gesù, voci dimenticate a cui giustamente De Andrè restituisce l’attenzione perdutasi nei secoli.

Con solo una viola ad accompagnarci in questa elegia funebre a tre, scopriamo innanzitutto l’amore materno di Maria verso Gesù. Con pochi versi, ci accorgiamo che Maria non è solo la beata vergine, non è la prescelta e null’altro: è una madre. Come tale, il legame con il proprio figlio è profondissimo, unico e insostituibile, molto più di qualsiasi pretesa divinità o di qualsiasi rispetto nei confronti di quel dio che le ha permesso di avere quel figlio.

Tuttavia, accanto all’amore di Maria, troviamo quello delle madri di Dimaco e Tito. Queste due donne, al pari di Maria, hanno sofferto durante tutta la loro vita. Queste madri, povere e abbandonate dai mariti, guardano i loro figli spirare e sbiancare sulle croci e soffrono così come soffre Maria. Ci vogliono ricordare come le vite delle persone, per quanto diverse, posseggono tutte una dignità e un valore immenso. Inoltreper le due madri dei due ladri, il dolore è più forte: Maria avrà il privilegio che suo figlio risorgerà, privilegio negato a qualsiasi altra madre.

Tuttavia, il rispetto per il dolore di un lutto che Maria sopporta come ogni altra madre è universale, dato che la morte di Gesù sarà la fine della vita che lei ha creato, come se la resurrezione, atto divino, le restituisse il figlio di dio, purificato della sua umanità.

Ottocento

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